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La Poesia Come Voce del Dolore: Yuleisy Cruz Lezcano Dedica “L’ennesima caduta” al Giovane Operaio Morto a Lecce

Operaio edilizia acrobatica sicurezza lavoro

Ancora una volta, il silenzio assordante di una vita spezzata sul lavoro riecheggia nelle strade di Lecce. Razvan Iulian Gurau, operaio rumeno di 26 anni specializzato in edilizia acrobatica, ha perso la vita precipitando da sette metri quando la corda di sicurezza ha ceduto. Una tragedia che, come sempre, rischia di scivolare nell’indifferenza collettiva, di diventare solo un numero nelle statistiche degli incidenti sul lavoro.

Ma c’è chi non accetta che queste morti restino senza voce. Yuleisy Cruz Lezcano, poetessa e scrittrice che da anni utilizza la sua arte per dare dignità a chi non può più parlare, ha sentito l’urgenza di scrivere una poesia dedicata alla memoria del giovane operaio. “L’ennesimo volo” è molto più di un componimento letterario: è un grido di denuncia contro un sistema che troppo spesso si volta dall’altra parte.

Quando l’Arte Diventa Strumento di Giustizia Sociale

La lettera della poetessa alla redazione è intrisa di un dolore autentico e di una determinazione incrollabile. “La poesia deve diventare voce per chi non può più parlare, per chi è caduto nel silenzio dell’indifferenza sociale”, scrive Cruz Lezcano, spiegando le motivazioni che l’hanno spinta a dedicare i suoi versi a questa tragedia.

L’incidente, avvenuto l’11 giugno 2025 in via Leopardi nel centro di Lecce, rappresenta l’ennesima conferma di come la sicurezza sul lavoro rimanga spesso una priorità sulla carta ma non nella realtà quotidiana. Il collega 22enne che ha assistito impotente alla caduta e ha tentato invano di trattenere Razvan, rappresenta il dolore di chi sopravvive a queste tragedie.

Il Potere della Parola Contro l’Oblio

“L’ennesima caduta” non è solo il titolo della poesia, ma un’espressione che racchiude la drammatica ripetitività di queste morti. Ogni caduta, ogni incidente, ogni vita spezzata diventa “ennesima” perché si inserisce in una catena infinita di tragedie prevedibili e spesso evitabili.

Il componimento si apre con una misura di devastante precisione: “Sette metri soltanto — come il salto cieco d’un pensiero che non trova risposta”. La distanza fisica della caduta diventa metafora di un vuoto esistenziale più profondo, quello di una società che non sa dare risposte alle sue vittime più vulnerabili.

La poetessa chiede con “umiltà ma anche con determinazione” che la sua opera raggiunga il pubblico attraverso i canali dell’informazione, perché crede fermamente nel potere della parola scritta di “smuovere coscienze” e impedire che una morte “riguarda tutti” cada nell’oblio.

I versi di “L’ennesima caduta” – titolo che la poetessa ha scelto per sottolineare la drammatica ripetitività di queste tragedie – sono costruiti con una precisione chirurgica: 25 versi per 25 anni, l’età di un giovane che non vedrà mai il suo ventiseiesimo compleanno. Un parallelismo numerico che diventa simbolo potente della vita interrotta.

La Responsabilità Collettiva di Fronte alle Morti Bianche

L’appello di Yuleisy Cruz Lezcano tocca una questione fondamentale: le morti sul lavoro non sono solo tragedie individuali, ma ferite che colpiscono l’intera società. Ogni Razvan che precipita da un’impalcatura, ogni operaio che non torna a casa, rappresenta un fallimento collettivo nella tutela della vita umana.

La poetessa parla di “colpe invisibili” e di “una sicurezza assente”, puntando il dito contro quelle responsabilità diffuse che rendono possibili queste tragedie. Non è solo il cedimento di una corda, ma il cedimento di un sistema di valori che dovrebbe mettere la vita umana al primo posto.

L’Arte Come Memoria Attiva

In un’epoca in cui le notizie si susseguono a ritmo frenetico e l’attenzione pubblica si sposta rapidamente da un fatto all’altro, la poesia diventa uno strumento di memoria attiva. I versi di “L’ennesimo volo” hanno l’ambizione di fissare nella coscienza collettiva il ricordo di Razvan e di tutti i lavoratori morti per l’assenza di adeguate misure di sicurezza.

La richiesta della poetessa di vedere pubblicata la sua opera sui giornali non è vanità artistica, ma necessità civile. È il tentativo di trasformare l’indignazione privata in mobilitazione pubblica, di far sì che il dolore per una morte evitabile non resti confinato tra i familiari e gli amici della vittima.

I versi finali di “L’ennesima caduta” risuonano come un epitaffio universale: “E continuano a cadere / Si muore di morti sempre uguali, con la dignità cucita addosso come una camicia da lavoro”. La dignità del lavoro diventa paradossalmente sudario, la protezione si trasforma in involucro mortale.

Conclusioni: Dal Silenzio alla Parola

La vicenda di Razvan Iulian Gurau e la risposta poetica di Yuleisy Cruz Lezcano rappresentano due facce della stessa medaglia: da un lato il silenzio definitivo di chi non può più denunciare le condizioni che hanno causato la sua morte, dall’altro la voce di chi decide di farsi portavoce di quel silenzio.

“L’ennesima caduta” si preannuncia come un testo che va oltre la commemorazione, per diventare atto di accusa e, al tempo stesso, invito alla responsabilità. Perché solo quando smetteremo di considerare “normali” queste tragedie, solo quando ogni morte sul lavoro diventerà uno scandalo insopportabile, potremo sperare che l’aggettivo “ennesimo” scompaia definitivamente dal nostro vocabolario quando parliamo di vite umane spezzate dal lavoro.

La poesia, in questo caso, non è evasione dalla realtà ma immersione totale in essa. È l’arte che si fa carico del dolore collettivo e lo trasforma in strumento di cambiamento.

L’ennesima caduta
(25 versi; 25 Anni)

Sette metri soltanto —
come il salto cieco d’un pensiero
che non trova risposta.

Non un uomo, ma una scintilla
spenta contro la pietra.

Ogni corda che cede
è un rosario spezzato,
ogni fune, una promessa
strozzata nell’aria.

Cadono sempre uguali,
con le braccia spalancate
come croci provvisorie.

La morte ha imparato
a indossare la tuta da lavoro,
a mimetizzarsi tra i turni,
a firmare coi guanti l’assenza.

Un collega lo tratteneva
con le mani, con le lacrime,
ma il vuoto era più forte.

Il sangue non chiede documenti,
non ha patria né lingua:
scivola uguale sulle scale
dell’indifferenza.

Ogni palazzo ha memoria breve,
ogni facciata un sudario nuovo.

 E continuano a cadere

 Si muore di morti sempre uguali,
con la dignità cucita addosso
come una camicia da lavoro.

 

Autore

  • Yuli Cruz Lezcano

    Nata a Cuba il 13 marzo 1973, vive a Marzabotto (Bo). In Italia dall’età di 18 anni, si è laureata all’Università di Bologna in Scienze infermieristiche e ostetricia e in Scienze biologiche. Lavora nella sanità pubblica e nel tempo libero si dedica alla scrittura, pittura, scultura e fotografia. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in concorsi letterari ed è autrice di molte pubblicazioni. La sua poetica si ispira alla letteratura europea e a quella latino-americana, tra cui Rimbaud, Baudelaire, Pessoa, Whitman e Alejandra Pizarnik

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