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Il paradosso delle spiagge pubbliche: sicurezza, accessibilità e diritti nello spazio costiero italiano

Il paradosso delle spiagge pubbliche

Il paradosso delle spiagge italiane. Nel cuore della settimana di Ferragosto, uno dei momenti più simbolici dell’estate italiana, alcune ordinanze comunali hanno imposto il divieto di permanenza sulle spiagge libere dopo una certa ora. Un provvedimento che ha destato attenzione e, in alcuni casi, indignazione per l’apparente contraddizione tra la volontà di garantire sicurezza e l’effettivo esercizio dei diritti collettivi all’uso del demanio marittimo.

Secondo l’art. 822 del Codice Civile italiano, fanno parte del demanio marittimo “le spiagge, le rade e i litorali”. Questi beni sono inalienabili, imprescrittibili e non possono formare oggetto di diritti a favore di terzi, salvo concessioni temporanee e specifiche. L’accesso e l’uso collettivo delle spiagge sono dunque, in linea di principio, garantiti come espressione del diritto di fruizione di un bene comune. A rafforzare questa prospettiva è anche il Codice della Navigazione (R.D. 30 marzo 1942, n. 327), che all’art. 36 afferma che l’uso del demanio marittimo per finalità diverse da quelle pubbliche può avvenire solo previo rilascio di una concessione, che non deve comunque pregiudicare il diritto collettivo alla balneazione. Tuttavia, i Comuni hanno facoltà di emettere ordinanze contingibili e urgenti per motivi di sicurezza, ordine pubblico, igiene o decoro. Queste ordinanze, come sancito dall’art. 50 del D.lgs. 267/2000 (Testo Unico degli Enti Locali), possono limitare temporaneamente l’accesso a luoghi pubblici, inclusi i tratti di spiaggia libera, a patto che sussistano motivazioni concrete e proporzionate.

Tale potere è stato riaffermato anche dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato (sent. n. 2363/2020), che ha però stabilito la necessità di una valutazione puntuale dei rischi, indicando che non è legittimo comprimere diritti fondamentali sulla base di motivazioni generiche o preventive prive di una reale urgenza.

Nel caso specifico osservato, emerge un chiaro paradosso tra l’applicazione rigorosa dei divieti sulle spiagge libere e la tolleranza, o mancata vigilanza, nei confronti di abusi nelle aree in concessione. Sono documentate da anni, anche da parte di autorità accademiche e associazioni ambientaliste, pratiche come il preposizionamento di attrezzature balneari sulle spiagge libere da parte di concessionari o privati, spesso in violazione del principio di libera fruizione (cfr. Report Legambiente “Spiagge 2024”, e dossier giuridici di AssoDemanio e CNR-IRISS). Anche l’Agenzia Nazionale per i Beni Confiscati e il Demanio ha sottolineato, in vari report, come le aree pubbliche costiere siano oggetto di progressiva privatizzazione di fatto, attraverso meccanismi di controllo informale o di mancato presidio delle irregolarità.

L’esperienza di cittadini che decidono di restare in spiaggia per “guardare il tramonto” non è solo un gesto poetico, ma può essere interpretata alla luce del concetto di “spazio pubblico come spazio civico” (Mitchell, 2003; Low & Smith, 2006). La presenza silenziosa e pacifica di persone in uno spazio pubblico rappresenta l’essenza stessa del vivere democratico e non dovrebbe essere confusa automaticamente con atti di illegalità o pericolo. In questo senso, è importante interrogarsi sulle modalità con cui vengono esercitati i controlli, sulla coerenza delle politiche di sicurezza e sulla loro compatibilità con il principio costituzionale di proporzionalità (art. 97 Cost.), e con i diritti garantiti dagli artt. 2 e 16 della Costituzione (libertà personale e libertà di circolazione).

Numerosi studi universitari suggeriscono approcci alternativi alla gestione delle spiagge libere, ispirati al concetto di governance partecipata e di “diritto alla città” (Lefebvre, 1968). Alcune esperienze virtuose in Italia (es. il progetto “Spiagge Bene Comune” del Politecnico di Torino) hanno dimostrato che è possibile conciliare sicurezza, rispetto ambientale e accessibilità attraverso forme di cogestione tra enti pubblici, associazioni e cittadini. All’estero, modelli simili sono applicati da anni in Francia e Portogallo, dove le spiagge pubbliche restano accessibili anche in orario serale, grazie a regolamenti chiari e non repressivi, e con il coinvolgimento di presidi sociali e non solo di polizia.

La chiusura delle spiagge pubbliche in nome della sicurezza solleva interrogativi profondi sulla gestione dello spazio pubblico, sulla coerenza delle norme e sull’equità delle loro applicazioni. Il paradosso di una società che impedisce a due persone di osservare il tramonto su una spiaggia libera, mentre tollera pratiche commerciali discutibili nello stesso contesto, non può essere ignorato. Riflettere su questi paradossi non significa ignorare i problemi reali – dal sovraffollamento alla gestione dei rifiuti – ma piuttosto affrontarli con strumenti giuridici adeguati, con trasparenza e con una visione che tuteli i diritti senza cedere alla tentazione del controllo per il controllo.

Come ricordava Norberto Bobbio: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.” Le spiagge pubbliche italiane sono una risorsa preziosa: difenderle significa difendere lo spazio vitale della democrazia.

FONTI

  • Codice Civile, art. 822
  • Codice della Navigazione, R.D. 327/1942, art. 36
  • D.lgs. 267/2000, art. 50
  • Consiglio di Stato, Sentenza n. 2363/2020
  • Legambiente, Spiagge 2024. Report Nazionale
  • Politecnico di Torino, Progetto “Spiagge Bene Comune”
  • CNR-IRISS, studi su demanio e accessibilità
  • Don Mitchell (2003), The Right to the City
  • Setha Low & Neil Smith (2006), The Politics of Public Space
  • Henri Lefebvre (1968), Le droit à la ville

Autore

  • Yuli Cruz Lezcano

    Nata a Cuba il 13 marzo 1973, vive a Marzabotto (Bo). In Italia dall’età di 18 anni, si è laureata all’Università di Bologna in Scienze infermieristiche e ostetricia e in Scienze biologiche. Lavora nella sanità pubblica e nel tempo libero si dedica alla scrittura, pittura, scultura e fotografia. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in concorsi letterari ed è autrice di molte pubblicazioni. La sua poetica si ispira alla letteratura europea e a quella latino-americana, tra cui Rimbaud, Baudelaire, Pessoa, Whitman e Alejandra Pizarnik

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